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24/10/2018, 13:28



MANSIONI-INFERIORI-O-DEMANSIONAMENTO


 L’assegnazione a mansioni inferiori o demansionamento è sempre potenzialmente idoneo a produrre una pluralità di conseguenze dannose che va dalla perdita della professionalità ai danni alla salute



L’assegnazione a mansioni inferiori o demansionamento è sempre potenzialmente idoneo a produrre una pluralità di conseguenze dannose che va dalla perdita della professionalità ai danni alla salute
L’assegnazione a mansioni inferiori o demansionamento pacificamente rappresenta un fatto potenzialmente idoneo a produrre una pluralità di conseguenze dannose, sia di natura patrimoniale che di natura non patrimoniale.
Innanzi tutto il demansionamento può comportare un danno da perdita della professionalità di contenuto patrimoniale che può consistere sia nell’impoverimento della capacità professionale del lavoratore e nella mancata acquisizione di un maggior saper fare, sia nel pregiudizio subito per la perdita di chance, ossia di ulteriori possibilità di guadagno o di ulteriori potenzialità occupazionali.
Invero la violazione dell’art. 2103 c.c. può pregiudicare quel complesso di capacità e di attitudini definibile con il termine professionalità, che è di certo bene economicamente valutabile, posto che esso rappresenta uno dei principali parametri per la determinazione dei valore di un dipendente sul mercato del lavoro.
Inoltre la modifica in peius delle mansioni (demansionamento) è potenzialmente idonea a determinare un pregiudizio a beni di natura immateriale, anche ulteriori rispetto alla salute, atteso che, nella disciplina del rapporto di lavoro, numerose disposizioni assicurano una tutela rafforzata del lavoratore, con il riconoscimento di diritti oggetto di tutela costituzionale, con la configurabilità di un danno non patrimoniale risarcibile ogni qual volta vengano violati con il demansionamento, superando il confine dei sacrifici tollerabili, diritti della persona del lavoratore oggetto di peculiare tutela al più alto livello delle fonti.
Così statuiva recentissimamente la Corte di Cassazione [1].
Inoltre la Suprema Corte dichiarando risarcibile il danno non patrimoniale da inadempimento contrattuale (demansionamento) che determini, oltre alla violazione degli obblighi di rilevanza economica assunti con il contratto, anche la lesione di un diritto inviolabile della persona, ha considerato che l’esigenza di accertare se, in concreto, il contratto tenda alla realizzazione anche di interessi non patrimoniali, eventualmente presidiati da diritti inviolabili della persona, possa venire meno nel caso in cui l’inserimento di interessi siffatti nel rapporto sia opera della legge, come appunto nel caso del contratto di lavoro, caso da considerare ipotesi di risarcimento dei danni non patrimoniali in ambito contrattuale legislativamente prevista.
Quanto alla liquidazione di tali danni, la lesione del danno non patrimoniale (per il fatto che il bene persona non ha un prezzo) del diritto leso, comporta che il ristoro pecuniario non può mai corrispondere alla relativa esatta commisurazione, imponendosene pertanto la valutazione equitativa, anche attraverso il ricorso alla prova presuntiva, che potrà costituire pure l’unica fonte di convincimento del giudice [2].
Chiarita l’astratta potenzialità lesiva dell’assegnazione a mansioni inferiori (demansionamento) ad opera del datore, si è precisato che la produzione di questi pregiudizi è soltanto eventuale e deve essere quindi valutata in concreto.
Dall’inadempimento datoriale non deriva automaticamente l’esistenza di un danno, il quale non è automaticamente ravvisabile solo per la potenzialità lesiva dell’atto illegittimo [3]. Fermi gli oneri di prova gravanti su chi denuncia di aver subito il pregiudizio, compete tuttavia al giudice di merito non solo ogni accertamento e valutazione di fatto circa la concreta sussistenza e la individuazione della specie del danno, ma anche la sua liquidazione (anche equitativa) sindacabile, in sede di legittimità, soltanto per vizio di motivazione.
I criteri di valutazione equitativa, la cui scelta ed adozione è rimessa alla prudente discrezionalità del giudice, debbono consentire una valutazione che sia adeguata e proporzionata, in considerazione di tutte le circostanze concrete del caso specifico, al fine di ristorare il pregiudizio effettivamente subito dal danneggiato e permettere la personalizzazione del risarcimento. Essendo la liquidazione del quantum dovuto per il ristoro del danno non patrimoniale inevitabilmente caratterizzata da un certo grado di approssimazione, si esclude che l’esercizio del potere equitativo del giudice di merito possa di per sé essere soggetto a controllo in sede di legittimità, se non in presenza di totale mancanza di giustificazione che sorregga la statuizione o di macroscopico scostamento da dati di comune esperienza o di radicale contraddittorietà delle argomentazioni. In particolare, in tema di dequalificazione, il giudice del merito, con apprezzamento di fatto incensurabile in cassazione se adeguatamente motivato, può desumere l’esistenza del danno, determinandone anche l’entità in via equitativa, con processo logico - giuridico attinente alla formazione della prova, anche presuntiva, in base agli elementi di fatto relativi alla qualità e quantità della esperienza lavorativa pregressa, al tipo di professionalità colpita, alla durata del demansionamento, all’esito finale della dequalificazione e alle altre circostanze del caso concreto.
[1]Cassazione Sezione Lavoro n. 3485 del 23 febbraio 2016.
[2] Cass. SS.UU. n.26972/2008.
[3] Cass. SS.UU. n.6572/2006.


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