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24/10/2018, 13:41



IL-DIPENDENTE-TITOLARE-DI-PARTITA-IVA


 Lavoratore dipendente subordinato e contemporaneamente titolare di partita IVA. E’ possibile per un dipendente lavorare in proprio, senza violare la legge e gli obblighi contrattuali



Lavoratore dipendente subordinato e contemporaneamente titolare di partita IVA. E’ possibile per un dipendente lavorare in proprio, senza violare la legge e gli obblighi contrattuali
La legge non pone particolari ostacoli allo svolgimento di attività di lavoro autonomo, quando già si svolge da dipendente un lavoro subordinato presso un’azienda privata: questo, sia che il dipendente decida di avviare un’attività libero professionale, sia che decida di svolgere attività d’impresa.
Non è così, invece, per i dipendenti statali o degli Enti locali, in virtù del principio di esclusività del rapporto pubblico [1]: secondo l’Ordinamento italiano, non è possibile svolgere altre attività contemporanee al rapporto d’impiego alle dipendenze di una Pubblica amministrazione, con la sola eccezione soltanto dei lavoratori part time, con orario inferiore o pari al 50% dell’orario ordinario.
In questo caso è possibile, da dipendente, effettuare contemporaneamente un’attività in proprio, sia in qualità di professionista che di imprenditore.
Per quanto riguarda, però, i dipendenti pubblici part time che aprono partita Iva, si pone il problema del conflitto d’interessi: anche se l’orario di lavoro è ridotto.
Infatti l’attività in proprio potrebbe dar luogo ad ostacoli e problemi con l’impiego presso la P.A. Dunque, perché non vi sia contrasto col lavoro subordinato pubblico, non è sufficiente il solo fatto che la percentuale di part time non superi il 50%. Non deve esistere, nel concreto, alcun conflitto d’interessi tra l’impiego in proprio e quello da dipendente alle dipendenze della P.A.
Per quanto concerne i dipendenti di datori di lavoro privati, il limite nello svolgimento di contemporanea attività in proprio consiste nel generale divieto di concorrenza, che discende direttamente dall’obbligo di fedeltà[2]. Secondo la legge, il lavoratore dipendente non deve trattare affari, per conto proprio o di terzi, in concorrenza con il datore, né recargli pregiudizio utilizzando informazioni sull’organizzazione o sui metodi di produzione dell’impresa.
Dunque, se il dipendente intende mettersi in proprio, e l’attività svolta può contrastare, anche parzialmente o potenzialmente, con quella del datore di lavoro, per non rischiare di incorrere problemi, che possono andare dal licenziamento ad una vera e propria causa di risarcimento danni, deve essere da lui espressamente autorizzato.
Il lavoratore in proprio che ha un contemporaneo rapporto subordinato e svolge un’attività d’impresa, non è obbligato ad iscriversi alla Gestione lavoratori autonomi (Artigiani e Commercianti) dell’Inps: l’iscrizione è infatti necessaria solo se l’attività alle dipendenze è prevalente rispetto a quella imprenditoriale.
Se, invece, il lavoratore dipendente, oltre ad avere un rapporto subordinato, svolge una professione regolamentata per la quale è obbligatoria l’iscrizione a un albo o a un ordine, può essere obbligatoria anche l’iscrizione alla Cassa previdenziale di categoria, se consentito e previsto nell’ordinamento della Cassa stessa.
Qualora la professione contemporaneamente svolta non sia regolamentata, è obbligatoria l’iscrizione alla Gestione Separata: in questo caso il lavoratore deve pagare l’aliquota del 24% sull’imponibile derivante dall’attività professionale e non del 27,72%, in quanto iscritto, nello stesso tempo, a una gestione dei lavoratori dipendenti. L’aliquota del 24% è infatti dovuta dai pensionati e dagli iscritti ad altre casse.
Invece per quei lavoratori dipendenti che esercitano attività in proprio aderendo al nuovo regime forfettario, non è possibile aderire al regime agevolato se il reddito da lavoro dipendente supera i €.30.000 annui.
[1] D.lgs. 165/2001.
[2] Art. 2105 Cod. Civ.


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