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24/10/2018, 13:42



IL-LICENZIAMENTO-PER-RITORSIONE


 E’ ritorsivo il licenziamento per rappresaglia ovvero dopo un comportamento del lavoratore sgradito al datore di lavoro.



E’ ritorsivo il licenziamento per rappresaglia ovvero dopo un comportamento del lavoratore sgradito al datore di lavoro. La legge non disciplina in maniera autonoma il licenziamento per ritorsione, ma la giurisprudenza ha recentemente compreso questa fattispecie in quella del licenziamento discriminatorioUna recente sentenza della Corte di Cassazione [1] ha analizzato il tema del c.d. licenziamento per ritorsione, definendone la portata.Nel caso di specie era stato comminato un licenziamento di natura disciplinare a un lavoratore che aveva redatto, su richiesta di un membro del consiglio di amministrazione, una relazione in cui accusava di infedeltà patrimoniale i vertici della società; tale scritto era stato ritenuto denigratorio e atto a ledere la fiducia tra datore di lavoro e lavoratore.Il tribunale di primo grado aveva accertato l’illegittimità del licenziamento, mentre la corte di appello aveva ritenuto corretto il comportamento del datore di lavoro, ritenendo legittimo il licenziamento.La vicenda approdava in Corte di Cassazione.Qui i giudici evidenziavano come, nel caso di specie, il licenziamento fosse scaturito a seguito di una contestazione disciplinare elevata per aver predisposto e consegnato a uno dei consiglieri di amministrazione della società, "in seguito a una sua richiesta", una relazione contenente accuse di infedeltà patrimoniale e critiche all’operato dei vertici della società, ritenute, ai fini del licenziamento, false e gravemente denigratorie. Viene così addebitato al dipendente un comportamento specifico di sostanziale infedeltà.In questa occasione, tuttavia, la divulgazione di detta relazione era stata operata da un soggetto terzo (il consigliere di amministrazione) e non dal dipendente mentre le modalità del licenziamento erano state comunque ritenute lesive della dignità del lavoratore (la società aveva avvisato con una mail rivolta a centinaia di destinatari che il lavoratore avrebbe cessato la propria funzione).Pertanto, la Corte ha ribadito che:il licenziamento per ritorsione, diretta o indiretta, è assimilabile a quello discriminatorio e costituisce l’ingiusta e arbitraria reazione a un comportamento legittimo del lavoratore colpito (o di altra persona a esso legata e pertanto accomunata nella reazione), con conseguente nullità del licenziamento quando il motivo ritorsivo sia stato l’unico determinante e sempre che il lavoratore ne abbia fornito prova, anche con presunzioni [2].Il divieto di licenziamento discriminatorio [3] è suscettibile di interpretazione estensiva sicché l’area dei singoli motivi vietati comprende anche il licenziamento per ritorsione o rappresaglia, che costituisce cioè l’ingiusta e arbitraria reazione, quale unica ragione del provvedimento espulsivo, essenzialmente quindi di natura vendicativa, essendo necessario, in tali casi, dimostrare, anche per presunzioni, che il recesso sia stato motivato esclusivamente dall’intento ritorsivo [4].I Giudice di Cassazione hanno ricordato inoltre che anche la giurisprudenza della corte di giustizia Europea ha dato un forte impulso alla materia a seguito dell’introduzione dell’art. 13 nel trattati CE da parte del Trattato di Amsterdam del 1997, del diritto antidiscriminatorio e anti vessatorio nell’ambito dei rapporti di lavoro. Tale processo ha anche portato, nel corso del tempo e principalmente per effetto del recepimento di direttive comunitarie, alla conseguenza che anche nel nostro ordinamento condotte potenzialmente lesive dei diritti fondamentali di cui si tratta abbiano ricevuto una specifica tipizzazione come discriminatorie (in modo diretto o indiretto)IL JOBS ACT E LE RIFORME ALLA NORMATIVALa riforma del Jobs act non ha poi cambiato di molto il regime sanzionatorio (molto grave) che il legislatore ha previsto per il licenziamento discriminatorio ( e quindi anche per quello per ritorsione): la legge [5] prevede, infatti, che qualora il giudice accerti la nullità del licenziamento, ordina la reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro e condanna il datore di lavoro alla corresponsione di un’indennità risarcitoria.Tale disciplina era già stata prevista con la riforma Fornero. L’unico cambiamento attuato è quello relativo al calcolo dell’indennità che adesso è commisurato all’ultima retribuzione di riferimento per il calcolo del trattamento di fine rapporto, e deve essere corrisposto per il periodo dal giorno del licenziamento a quello della reintegrazione nel posto di lavoro - dedotto quanto eventualmente guadagnato in quel periodo dal lavoratore in altre attività - (il c.d. aliundem perceptum). È fatta salva la facoltà del lavoratore di chiedere, al posto della reintegra, la corresponsione di una somma pari a 15 mensilità della retribuzione, con comunicazione che deve pervenire entro trenta giorni dalla comunicazione da parte del datore dell’invito a riprendere il lavoro.[1], Cass. Lav. n. 24648 del 3 dicembre 2015.[2] Cfr. Cass. Lav. n. 17087 del 8 agosto 2011.[3] art. 4 della legge n. 604/1966; art. 15 della legge n. 300/1970; art. 3 della legge n. 108/1990.[4] Cfr. Cass. Lav. n. 6282 del 18 marzo 2011; in senso analogo: Cass. Lav. 27 n. 3986 del febbraio 2015.[5] Art 2, comma 2 del D.Lgs. n. 23/2015.


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